Il fantaromanzo della trattativa

Non fosse allegato alla richiesta di rinvio a giudizio per i vertici di Cosa nostra degli anni Novanta, i dirigenti del Ros ed esponenti politici come Calogero Mannino, Nicola Mancino e l’immancabile Marcello Dell’Utri, il testo redatto dalla procura di Palermo sulla “scellerata trattativa” tra stato e mafia sarebbe un romanzo di fantapolitica. Anzi, lo è.
6 NOV 12
Ultimo aggiornamento: 22:02 | 21 AGO 20
Immagine di Il fantaromanzo della trattativa
Non fosse allegato alla richiesta di rinvio a giudizio per i vertici di Cosa nostra degli anni Novanta, i dirigenti del Ros ed esponenti politici come Calogero Mannino, Nicola Mancino e l’immancabile Marcello Dell’Utri, il testo redatto dalla procura di Palermo sulla “scellerata trattativa” tra stato e mafia sarebbe un romanzo di fantapolitica. Anzi, lo è. Costruito sulle “rivelazioni” di Massimo Ciancimino, definito “testimone privilegiato dei fatti” nonostante l’ammessa “controversa attendibilità intrinseca”, il romanzo criminale della procura sostiene che dopo le stragi, la mafia trovò canali per intimidire gli organismi dello stato, finché non ottenne un non meglio identificato “patto politico-mafioso” con il primo e fugace governo di Silvio Berlusconi. Per piegare i fatti alla teoria, la procura dipinge un sistema istituzionale completamente permeabile alle influenze mafiose, fino all’ex ministro Giovanni Conso e al presidente Oscar Luigi Scalfaro. La controversa vicenda delle norme eccezionali sul carcere duro, che passò anche attraverso pareri contrari della Corte costituzionale per il loro originario carattere permanente, viene stravolta per dedurne una sottomissione alle richieste mafiose. Di tutto questo non c’è la minima prova, ma la procura risponde preventivamente all’ovvia obiezione denunciando “l’amnesia collettiva” dei responsabili politici dell’epoca. Anche gli avvicendamenti nei ministeri dell’Interno e della Giustizia vengono descritti come effetti del cedimento di Scalfaro a diktat mafiosi, recapitati dal capo della polizia e del Dipartimento penitenziario. Le decisioni assunte allora con la revoca, o meglio la mancata proroga, del 41 bis ad alcuni mafiosi (nella realtà molti meno che nella fiction) nascevano da preoccupazioni garantiste, non certo da collusione.
Nelle ultime pagine del fantaromanzo della storia italiana si lascia un po’ di suspense sulla conclusione della vicenda, cioè sulla “definitiva saldatura del nuovo patto stato-mafia”. I fatti sono chiari: il carcere duro fu confermato, l’azione delle forze dell’ordine si è fatta sempre più efficace e tutti i principali capi mafiosi sono oggi in carcere. In cosa consistesse quel patto, dunque, non si può sapere. Il fatto che ne parli qualche pentito, magari di quelli intrinsecamente inattendibili, in uno stato di diritto non dovrebbe valere neppure la carta su cui è scritto.